Capita che delle volte, dopo tanti anni, ricordi qualcosa di quando eri bambino; nel mio caso ho tanti piccoli e ben circostanziati ricordi che mi accompagnano sin dall’infanzia.
Uno di questi riguarda il mio primo momento di consapevolezza dell’Infinito, avvenuto in un momento che non riesco a collocare con precisione nel tempo ma che posso certamente attribuire al mio periodo prescolare.
Nato in una famiglia con valori cristiani ma senza il fervore dato dal senso di appartenenza alla Chiesa, nella quale le uniche ad avere una “regolare” vita sacramentale erano le mie due nonne: per noi non solo non c’era la messa domenicale ma nemmeno quella per le feste comandata, l’unico riferimento alla religione che avevo in famiglia era che Gesù Bambino portava i regali a Natale, almeno fino a quando mio cugino (tipico, no?) non mi ha fatto scoprire l’armadio segreto di nonna, cosa che comunque non è che mi abbia particolarmente sconvolto visto che era solo un deposito temporaneo usato da Gesù Bambino in fase di smistamento dei regali!
Ma andiamo avanti, il mio discorso sull’Infinito è collocato in un altro luogo e anche in un tempo diverso.
Mio padre (r.i.p.) è originario di Anela, paesino di oltre mille anime in provincia di Sassari, che si pensa sia il paese più antico del Goceano, circondato da una splendida foresta demaniale dove si trovano anche numerose testimonianze nuragiche.
All’eta di quarant’anni ho poi scoperto che a poca distanza da Anela, nel territorio del comune di Bottidda, a 935 metri di altitudine si trova l’ex convento francescano di monte Rasu, che viene considerato da alcuni storici il primo insediamento dell'ordine francescano in Sardegna. Forse fu fondato intorno al 1220 dal Beato Giovanni Parenti, discepolo di San Francesco d'Assisi, che guidò l'Ordine Francescano per dieci anni dopo la morte del suo fondatore, le cui spoglie si troverebbero sepolte nella chiesetta del convento. La comunità dei frati vi rimase sino al 1769.
In questo contesto ho trascorso alcune settimane di ogni mia estate fino alla morte di mia nonna Maria il 3 febbraio 1989.
Durante una di queste estati, io, cagliaritano di via Goldoni, piccolo bambino abituato alle luci di città mi sono ritrovato nel cosiddetto orto di sù di mia nonna, situato poco fuori dal centro abitato, al di sopra della strada che conduce a Bultei, prima del “curvone”. Non c’era corrente, era completamente immerso nel buio più totale ed era completamente all’oscuro da qualunque fonte di illuminazione stradale. Salendo per una scalinata malferma fatta di pietre e terra, posto sulla sommità dell’orto si raggiungeva il locale degli attrezzi eretto da mio nonno con muri di pietre che era collassato su se stesso, immediatamente a fianco c’era la casa, tre stanzoni in cui erano ammassati dei vecchissimi attrezzi, probabilmente di mio zio Giorgio (r.i.p) che era fabbro e idraulico, e tante sedie a sdraio, di quelle di un tempo, con la struttura in metallo cromato e tanti fili tubolari di gomma intrecciati che le rendevano estremamente comode e altrettanto pericolose per le dita di noi bambini.
La sera in paese si usciva per prendere fresco, le più anziane portavano la sedietta in vimini davanti all’ingresso di casa o sul ciglio della strada principale per dare via alla condivisione delle ultime notizie in ambito locale ma con uno sguardo attento e critico rivolto anche ai paesi vicini o ai figli di qualcuna.
Anche le e i più giovani usavano sedersi vicino all’uscio di casa alternando le chiacchiere tra vicini a lunghe o brevi camminate in compagnia degli amici su e giù per il paese. Ai miei tempi di allora maschi e femmine camminavano insieme, ai tempi di mio padre andavano avanti e indietro dal paese al “curvone” in gruppi rigorosamente separati (a quei tempi molto rigorosamente separati e molto sotto il controllo degli adulti).
Nelle serate più calde, ma anche per trovare silenzio e tranquillità, eravamo soliti lasciare l’uscio di casa (rigorosamente mai chiuso a chiave) per andare all’orto di su. Disponevamo le “sedie a sdraio” nel piccolo vialetto di fronte alla casa, io a volte frugavo un po’ il vecchio Guzzino di zio Giorgio (ancora lo abbiamo noi nipoti e ancora è fermo) e poi mi sdraiavo per godermi il fresco sulla mia sdraio che spostavo lontano dai miei genitori e parenti, nel lato più buio e silenzioso del vialetto.
A quei tempi ero ancora figlio unico nonché nipote unico da parte di papà, il ché mi permette di dare adesso una conferma della collocazione temporale del mio ricordo, mio fratello è nato a fine primavera quando io avevo 5 anni, mio nonno Antonio è morto quando avevo 3 anni, quindi avevo un’età compresa tra i 4 e i 5/6 anni, ammettendo magari di non ricordare la presenza di mio fratello dopo 5 anni e mezzo di vita trascorsa al centro degli interessi di tutti i miei familiari.
Una di quelle sere, al buio, completamente rilassato sulla mia sdraio, gli occhi chiusi, la brezza che sfiorava la mia pelle ho aperto gli occhi e mi sono smarrito!
Sono stato inghiottito dalla visione più sbalorditiva che avessi mai assaporato nella mia ancora brevissima vita; abituato a guardare il cielo della città e vedere un’ombra buia con il riflesso qua e là di qualche nube, mi sono sentito assimilare in uno spazio infinito puntinato da infinite piccole luci e sfumature di bianco, completamente smarrito e annullato in un mare di niente e di tutto, grande, grandissimo, più grande di me, più grande di tutto, dove ti perdi ma sei dentro qualcosa che ti avvolge, ti fa sentire infinitesimo ma ti fa sentire avvolto e abbracciato. Incredulo guardavo quello spettacolo immenso con i miei grandi e avidi occhi da bambino, lo sguardo pieno e il cuore in volo nell’immensità del cielo, un cielo che non conoscevo, che non avevo mai visto, che nessuno mi aveva mai detto esistesse. Mi sentivo piccolissimo, quasi niente, non soffocato da un peso ma sollevato e parte di quell’immensità, completamente disperso in essa.
La mia mente da bambino ha iniziato a fantasticare, poi a razionalizzare, è una mia caratteristica ricondurre ogni cosa alla ragione che ho sin da piccolo e non mi ha mai abbandonato, il mio raziocinio allora mi ha portato a pensare “cos’è questa cosa?”, “da dove arriva?”, “chi ce l’ha messa?”. Per il Nicola bambino una cosa del genere non poteva essere uscita fuori da sola, dal nulla, è stata la mia prima percezione dell’Infinito, del Creatore e come tutti i bambini, seppure stupito, ho impiegato ben poco a farmi una ragione del fatto che “da qualche parte sarà pure uscito”, e tornare a scarrellare sul pedale di accensione della moto di zio Giorgio (tanto era rotta!).
Ringrazio padre Giuseppe per il supporto nella parte relativa alle informazioni sul convento del monte Rasu.